La riflessione contemporanea attorno all’integrazione lavorativa delle persone transgender in Italia è intrappolata in un paradosso strutturale che ne neutralizza la portata emancipatoria. Da un lato, assistiamo alla proliferazione di protocolli aziendali legati ai paradigmi della Diversity & Inclusion (D&I): bilanci di sostenibilità, tassonomie etiche e l’adozione di buone pratiche formali — come le carriere alias o i registri d’identità elettiva — vengono celebrati nei panel del mondo corporate come traguardi di civiltà. Dall’altro lato, tuttavia, il principio di realtà e l’evidenza empirica della quotidianità comunitaria restituiscono un’istantanea radicalmente diversa. Questo impianto sovrastrutturale si scontra con un vuoto sistemico: un tessuto invisibile fatto di sottoinquadramento cronico, demansionamenti occulti, segregazione occupazionale e barriere d’accesso che escludono sistematicamente il merito professionale dal mercato del lavoro, riducendo le politiche inclusive a presenze isolate, simboliche e spendibili sul piano della reputazione aziendale.
È per scardinare questa retorica e strutturare un’alternativa concreta che nasce Trans at Work, lo spazio di dibattito e proposta politica che ACET aprirà martedì 9 giugno presso la Casa dei Diritti di Milano. L’obiettivo di questo appuntamento non è l’ennesima celebrazione formale, ma la restituzione di uno spessore teorico e pratico alla questione, riannodando i fili della storia politica italiana e rivendicando una precisa genealogia che sottrae il tema del lavoro alla logica della concessione benevola o della tendenza manageriale dell’ultimo decennio. L’istanza dell’integrazione occupazionale non nasce nei dipartimenti delle risorse umane delle multinazionali, ma costituisce uno dei pilastri fondativi delle rivendicazioni di cittadinanza sin dalla nascita del movimento transgender a Milano nel 1979, con la costituzione del primo Movimento Italiano Transessuali, guidato da figure storiche come Pina Bonanno e Paola Astuni. Allora come oggi, l’accesso al lavoro non era inteso come una mera richiesta di inserimento economico, ma veniva rivendicato come la precondizione materiale e ontologica per un’esistenza dignitosa, autonoma e pienamente riconosciuta nello spazio pubblico.
La specificità milanese: autonomia, competenza e responsabilità sociale
Questa attenzione alla dimensione materiale rappresenta la specificità e la peculiarità storica dell’attivismo trans milanese e lombardo. Nei decenni successivi, durante gli anni ’90 e i primi anni Duemila, questa eredità è stata raccolta e declinata sul territorio da associazioni come Arcitrans e Crisalide Azione Trans, che hanno continuato a porre il lavoro al centro dell’agenda politica. Milano, informata da una cultura civica, produttiva e di matrice ambrosiana, ha saputo strutturare una prassi politica capace di tenere insieme la rivendicazione dei diritti civili e di identità con il concetto di autonomia materiale, di responsabilità sociale e di accesso concreto alla vita produttiva della città. Il movimento trans milanese ha storicamente rifiutato ogni deriva assistenzialista, affermando che la piena cittadinanza si realizza nella possibilità di lavorare, di costruirsi un reddito indipendente, di accumulare competenze e di abitare a pieno titolo il tessuto economico e sociale del Paese.
La polarizzazione ideologica e la marginalizzazione del lavoro
Negli ultimi dieci anni, tuttavia, una complessa convergenza di fattori socio-politici ha sottratto centralità a questa battaglia fondamentale. L’agenda politica complessiva dei movimenti LGBTQIA+ ha subìto un processo di parziale radicalizzazione e polarizzazione teorica che ha ridefinito le priorità della lotta. In alcuni settori del movimento, l’analisi delle condizioni materiali di esistenza è stata progressivamente marginalizzata, e il tema del lavoro è stato talvolta declassato a questione “borghese”, interpretato come un tentativo di normalizzazione o di assimilazione interna alle logiche capitalistiche, e dunder ritenuto meno urgente o meno trasformativa rispetto a istanze di decostruzione identitaria o giuridica.
Si tratta di un errore di prospettiva storico e strategico che è necessario correggere con fermezza. Per la stragrande maggioranza delle persone transgender, infatti, il lavoro non è un orpello borghese, ma una questione intrinsecamente radicale. Il lavoro si traduce immediatamente in reddito, indipendenza e autonomia materiale: è lo scudo fondamentale che permette di sottrarsi alla violenza familiare, alla marginalità sociale e alla dipendenza economica. Senza l’autonomia materiale fornita da un’occupazione dignitosa, ogni diritto formale rischia di rimanere un’astrazione accessibile solo a chi gode di reti di salvataggio socio-economiche preesistenti. Elevare il lavoro a priorità dell’agenda politica significa comprendere che la liberazione e l’autodeterminazione passano necessariamente attraverso la capacità di scegliere della propria vita senza dover dipendere da nessuno.
Il limite strutturale della Diversity & Inclusion e l’immobilità legislativa
Mentre il dibattito politico interno si frammentava, il mondo corporate occupava lo spazio rimasto vuoto attraverso l’investimento nei già citati paradigmi di Diversity & Inclusion. Tuttavia, l’esperienza dell’ultimo decennio dimostra il fallimento strutturale di questo modello se applicato in assenza di una visione sistemica. Le politiche di D&I operano prevalentemente su base volontaristica e culturale: agiscono sul linguaggio, sulla sensibilità interna e sulla creazione di ambienti accoglienti, ma non possiedono gli strumenti — né la volontà politica — per intervenire sui meccanismi quantitativi e qualitativi dell’occupazione. Senza una trasformazione dei processi di selezione e una redistribuzione delle opportunità, il rischio, regolarmente verificatosi, è la creazione di vetrine simboliche in organici di migliaia di persone, lasciando immutato il soffitto di cristallo per la maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori transgender.
A fare da contraltare e a determinare questo stallo concorre il profondo vuoto politico e legislativo che caratterizza lo Stato italiano. Il legislatore non ha introdotto strumenti normativi mirati a contrastare delle discriminazioni basate sull’identità di genere nei contesti occupazionali, né ha strutturato politiche attive del lavoro in grado di favorire l’inserimento o la riqualificazione professionale delle persone transgender. In assenza di un quadro normativo vincolante e di incentivi strutturali, l’intera tutela della lavoratrice e del lavoratore trans è delegata alla discrezionalità e alla sensibilità del singolo datore di lavoro o della singola impresa.
Questo vuoto istituzionale e di rappresentanza colpisce direttamente una comunità ricca di competenze, esponendola a fenomeni di demansionamento occulto, isolamento professionale ed esclusione dal mercato, e alimentando una mono-narrazione mediatica e sociale che tende a ridurre l’intera esistenza trans a specifici contesti di marginalità o al solo sex work, invisibilizzandone il valore nel tessuto economico e intellettuale del Paese.
Verso un nuovo paradigma: i tre assi dell’evento “Trans at Work”

È esattamente dalla consapevolezza di questo vuoto che come ACET abbiamo avvertito l’urgenza politica di riprendere quel fil rouge che ci lega storicamente all’attivismo trans milanese del passato, a quelle radici che vedono nella dignità, nell’autonomia materiale e nella cittadinanza attiva i presupposti per il futuro dell’intera comunità trans italiana. Il lavoro non può essere trattato come un tema del passato o una questione risolta dalle politiche di corporate responsibility: è una delle più grandi urgenze politiche del presente.
L’appuntamento del 9 giugno alla Casa dei Diritti nasce per superare la fase della pura denuncia e passare alla formulazione di proposte concrete e strutturali. La riflessione e l’azione politica del progetto si svilupperanno lungo tre assi d’intervento fondamentali, capaci di ridefinire il rapporto tra comunità trans, istituzioni e mondo del lavoro:
Il quadro normativo e l’analisi del dato reale
Qualsiasi azione politica efficace deve poggiare su un rigoroso principio di realtà. È prioritario tracciare una fotografia scientifica e nitida dello stato dell’arte legislativo, sia sul piano nazionale che su quello internazionale, incrociando il quadro normativo con i dati reali relativi alle discriminazioni occupazionali in Italia. La carenza di dati quantitativi strutturali ha spesso permesso di derubricare il problema a fenomeno marginale; produrre e analizzare questi dati è il prerequisito fondamentale per contestare l’efficacia delle norme attuali e per pretendere riforme legislative adeguate. Per cambiare le regole del gioco, è necessario anzitutto conoscerne e svelarne i limiti.
Questione di dignità: lo sradicamento dello stereotipo professionale
L’affermazione della dignità delle persone transgender passa attraverso la visibilizzazione delle loro traiettorie professionali reali. Questo asse si propone di accendere i riflettori su competenze, carriere, ostacoli ed esperienze vissute sul campo da lavoratrici e lavoratori trans in ogni settore produttivo. Si tratta di un’operazione culturale e politica urgente, finalizzata a scardinare una narrazione pubblica ancora profondamente stereotipata e unidimensionale. Riaffermare la presenza e il valore delle persone transgender all’interno del tessuto economico, intellettuale e sociale del Paese significa dimostrare che le competenze comunitarie esistono e non possono più essere subordinate al pregiudizio o relegate all’invisibilità.
Proposte legislative e politiche attive per il lavoro
L’orizzonte finale di questo percorso non può esaurirsi nella testimonianza o nella sensibilizzazione culturale. L’obiettivo politico è la formulazione e la presentazione di proposte strutturali, concrete e applicabili, rivolte alle istituzioni, ai legislatori e alle parti sociali. È necessario elaborare strumenti normativi mirati a favorire l’accesso paritario al mercato del lavoro, a garantire la permanenza e la tutela della salute e della dignità nei contesti professionali, a proteggere la crescita di carriera e a promuovere un’integrazione sociale organica. Le proposte devono tradursi in politiche attive vincolanti, tutele sindacali inserite nei contratti collettivi nazionali e tassi reali di occupazione.
Il lavoro trans è un’urgenza politica contemporanea che interroga la tenuta democratica e lo sviluppo produttivo del Paese. Riprendere in mano questa rivendicazione, nel solco dell’autocoscienza e della tradizione milanese, significa trasformare l’analisi in azione strutturale e le competenze in diritti inalienabili. Prendere parte a Trans at Work significa abitare la realtà e occupare insieme, con fermezza e intelligenza politica, lo spazio della nostra dignità.
Le soggettività politiche e le competenze del confronto

Monica Romano
Monica Romano è consigliera comunale a Milano, componente della Direzione Nazionale del Partito Democratico, Vicepresidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili e della Commissione Speciale contro i discorsi d’odio.
Laureata in Scienze Politiche con una tesi sulla discriminazione nel lavoro delle persone transgender, è impegnata per i diritti LGBTQIA+ dalla fine degli anni ’90.
Si occupa di diritti civili, lavoro e giustizia sociale.
È fondatrice di ACET – Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere – e continua a promuovere un approccio istituzionale, concreto e improntato al dialogo alle politiche per le persone trans, gender diverse e non binarie.

Luna Sabatino
Luna Sabatino è dirigente sindacale nazionale e responsabile pari opportunità e di genere UIL FP MIUR; componente della delegazione trattante UILFP per il rinnovo del CCNL Funzioni centrali, nel 2021 è stata promotrice dell’art. 21 sull’identità alias;
giurista, già avvocato, autrice di contributi giuridici in materia di pubblico impiego e di tutela delle persone t*; già vice presidente e presidente facente funzioni del Comitato unico di garanzia per le pari opportunità, la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni del Ministero dell’università e della ricerca di cui è tutt’ora componente titolare; componente Organismo paritetico per l’Innovazione Mur.

Tommaso Fiore
Tommaso Fiore è un giovane professionista in formazione nell’ambito delle risorse umane, attualmente impegnato in un master in Gestione e Amministrazione del Personale. Ha maturato un’esperienza nell’area Payroll, ambito verso il quale sta orientando il proprio percorso professionale, con particolare attenzione ai processi amministrativi e alla qualità delle relazioni organizzative.
Laureato in Filosofia sviluppa un approccio centrato sulla persona, sulla responsabilità e sulla dimensione etica delle dinamiche lavorative.
Considera la comunicazione chiara e responsabile un elemento essenziale del dialogo professionale e istituzionale, e adotta un metodo pragmatico, orientato all’azione.
È presidente di ACET – Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere, realtà impegnata nel promuovere strumenti concreti per migliorare la qualità di vita delle persone transgender e sostenerne i percorsi di autodeterminazione.
Il tema del lavoro rappresenta per lui un ambito di impegno prioritario, in cui si intrecciano esperienza personale, identità e attenzione verso la comunità transgender e non binaria.

Elisa Ruscio
Elisa Ruscio è Senior Data Engineer specializzata in soluzioni e architetture cloud Microsoft presso Avanade.
Laureata in Scienze Linguistiche per le Relazioni Internazionali, affianca all’attività professionale un forte impegno nel mondo dell’associazionismo e dei diritti trans*.
Vicepresidente di ACET – Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere, dopo aver partecipato alla vita associativa come socia, ricopre oggi un ruolo esecutivo nella promozione dei diritti delle persone trans, gender diverse e non binarie.
È volontaria di Milano Pride, dove contribuisce alla programmazione delle Pride Square, curando iniziative ed eventi di particolare interesse per la comunità trans. Fa inoltre parte del Coordinamento Arcobaleno, nell’ambito del quale ha partecipato alla stesura del Manifesto Politico del Milano Pride.
Si occupa di divulgazione sui temi legati alle identità trans e gender diverse, di impegno associativo e di costruzione del dialogo e della collaborazione tra le diverse realtà della comunità LGBTQIA+

Mattia Scuderi
Mattia Scuderi è studente triennale di Scienze Naturali all’Università Statale di Milano, attualmente lavoratore part-time come bibliotecario nella Biblioteca Universitaria di Scienze della Terra “A. Desio” e aspirante paleontologo.
Atleta e co-referente di BəTeam dal 2023, la prima squadra di calcio composta interamente da persone trans.