ACET
Associazione
per la Cultura e l’Etica Transgenere
Muovendoci tra cultura, politica e memoria, costruiamo nuovi strumenti per migliorare la vita, la presenza e l’immaginario delle persone transgender.
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Siamo un’associazione attiva dal 2013, fatta di persone transgender che pensano con la propria testa.
Creiamo spazi di cultura, socialità e parola libera.
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ACET si impegna a creare spazi e progetti che promuovano una cultura inclusiva e consapevole.
Il nostro lavoro è orientato a offrire occasioni di incontro, approfondimento e crescita, sempre con un’attenzione alla qualità e al rispetto reciproco.
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Organizziamo incontri informali e serate conviviali per favorire il confronto tra persone transgender. Un’occasione per conoscersi, condividere esperienze e costruire relazioni significative.
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ACET sta lavorando alla nascita di una casa editrice dedicata a testi di autori transgender e a opere che esplorano i temi dell’identità di genere in chiave colta e consapevole. Un progetto ambizioso che mira a dare voce a nuove narrazioni e prospettive.
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Stiamo costruendo un Osservatorio che analizzi e monitori le dinamiche legate alla transfobia in Italia, con un approccio critico, indipendente e documentato. Uno strumento per fornire dati, riflessioni e proposte concrete, senza retorica e senza strumentalizzazioni.
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L’integrazione lavorativa delle persone transgender oltre la retorica: il fil rouge dell’attivismo milanese e l’urgenza dell’autonomia materiale
La riflessione contemporanea attorno all’integrazione lavorativa delle persone transgender in Italia è intrappolata in un paradosso strutturale che ne neutralizza la portata emancipatoria. Da un lato, assistiamo alla proliferazione di protocolli aziendali legati ai paradigmi della Diversity & Inclusion (D&I): bilanci di sostenibilità, tassonomie etiche e l’adozione di buone pratiche formali — come le carriere alias o i registri d’identità elettiva — vengono celebrati nei panel del mondo corporate come traguardi di civiltà. Dall’altro lato, tuttavia, il principio di realtà e l’evidenza empirica della quotidianità comunitaria restituiscono un’istantanea radicalmente diversa. Questo impianto sovrastrutturale si scontra con un vuoto sistemico: un tessuto invisibile fatto di sottoinquadramento cronico, demansionamenti occulti, segregazione occupazionale e barriere d’accesso che escludono sistematicamente il merito professionale dal mercato del lavoro, riducendo le politiche inclusive a presenze isolate, simboliche e spendibili sul piano della reputazione aziendale.
È per scardinare questa retorica e strutturare un’alternativa concreta che nasce Trans at Work, lo spazio di dibattito e proposta politica che ACET aprirà martedì 9 giugno presso la Casa dei Diritti di Milano. L’obiettivo di questo appuntamento non è l’ennesima celebrazione formale, ma la restituzione di uno spessore teorico e pratico alla questione, riannodando i fili della storia politica italiana e rivendicando una precisa genealogia che sottrae il tema del lavoro alla logica della concessione benevola o della tendenza manageriale dell’ultimo decennio. L’istanza dell’integrazione occupazionale non nasce nei dipartimenti delle risorse umane delle multinazionali, ma costituisce uno dei pilastri fondativi delle rivendicazioni di cittadinanza sin dalla nascita del movimento transgender a Milano nel 1979, con la costituzione del primo Movimento Italiano Transessuali, guidato da figure storiche come Pina Bonanno e Paola Astuni. Allora come oggi, l’accesso al lavoro non era inteso come una mera richiesta di inserimento economico, ma veniva rivendicato come la precondizione materiale e ontologica per un’esistenza dignitosa, autonoma e pienamente riconosciuta nello spazio pubblico.
La specificità milanese: autonomia, competenza e responsabilità sociale
Questa attenzione alla dimensione materiale rappresenta la specificità e la peculiarità storica dell’attivismo trans milanese e lombardo. Nei decenni successivi, durante gli anni ’90 e i primi anni Duemila, questa eredità è stata raccolta e declinata sul territorio da associazioni come Arcitrans e Crisalide Azione Trans, che hanno continuato a porre il lavoro al centro dell’agenda politica. Milano, informata da una cultura civica, produttiva e di matrice ambrosiana, ha saputo strutturare una prassi politica capace di tenere insieme la rivendicazione dei diritti civili e di identità con il concetto di autonomia materiale, di responsabilità sociale e di accesso concreto alla vita produttiva della città. Il movimento trans milanese ha storicamente rifiutato ogni deriva assistenzialista, affermando che la piena cittadinanza si realizza nella possibilità di lavorare, di costruirsi un reddito indipendente, di accumulare competenze e di abitare a pieno titolo il tessuto economico e sociale del Paese.
La polarizzazione ideologica e la marginalizzazione del lavoro
Negli ultimi dieci anni, tuttavia, una complessa convergenza di fattori socio-politici ha sottratto centralità a questa battaglia fondamentale. L’agenda politica complessiva dei movimenti LGBTQIA+ ha subìto un processo di parziale radicalizzazione e polarizzazione teorica che ha ridefinito le priorità della lotta. In alcuni settori del movimento, l’analisi delle condizioni materiali di esistenza è stata progressivamente marginalizzata, e il tema del lavoro è stato talvolta declassato a questione “borghese”, interpretato come un tentativo di normalizzazione o di assimilazione interna alle logiche capitalistiche, e dunder ritenuto meno urgente o meno trasformativa rispetto a istanze di decostruzione identitaria o giuridica.
Si tratta di un errore di prospettiva storico e strategico che è necessario correggere con fermezza. Per la stragrande maggioranza delle persone transgender, infatti, il lavoro non è un orpello borghese, ma una questione intrinsecamente radicale. Il lavoro si traduce immediatamente in reddito, indipendenza e autonomia materiale: è lo scudo fondamentale che permette di sottrarsi alla violenza familiare, alla marginalità sociale e alla dipendenza economica. Senza l’autonomia materiale fornita da un’occupazione dignitosa, ogni diritto formale rischia di rimanere un’astrazione accessibile solo a chi gode di reti di salvataggio socio-economiche preesistenti. Elevare il lavoro a priorità dell’agenda politica significa comprendere che la liberazione e l’autodeterminazione passano necessariamente attraverso la capacità di scegliere della propria vita senza dover dipendere da nessuno.
Il limite strutturale della Diversity & Inclusion e l’immobilità legislativa
Mentre il dibattito politico interno si frammentava, il mondo corporate occupava lo spazio rimasto vuoto attraverso l’investimento nei già citati paradigmi di Diversity & Inclusion. Tuttavia, l’esperienza dell’ultimo decennio dimostra il fallimento strutturale di questo modello se applicato in assenza di una visione sistemica. Le politiche di D&I operano prevalentemente su base volontaristica e culturale: agiscono sul linguaggio, sulla sensibilità interna e sulla creazione di ambienti accoglienti, ma non possiedono gli strumenti — né la volontà politica — per intervenire sui meccanismi quantitativi e qualitativi dell’occupazione. Senza una trasformazione dei processi di selezione e una redistribuzione delle opportunità, il rischio, regolarmente verificatosi, è la creazione di vetrine simboliche in organici di migliaia di persone, lasciando immutato il soffitto di cristallo per la maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori transgender.
A fare da contraltare e a determinare questo stallo concorre il profondo vuoto politico e legislativo che caratterizza lo Stato italiano. Il legislatore non ha introdotto strumenti normativi mirati a contrastare delle discriminazioni basate sull’identità di genere nei contesti occupazionali, né ha strutturato politiche attive del lavoro in grado di favorire l’inserimento o la riqualificazione professionale delle persone transgender. In assenza di un quadro normativo vincolante e di incentivi strutturali, l’intera tutela della lavoratrice e del lavoratore trans è delegata alla discrezionalità e alla sensibilità del singolo datore di lavoro o della singola impresa.
Questo vuoto istituzionale e di rappresentanza colpisce direttamente una comunità ricca di competenze, esponendola a fenomeni di demansionamento occulto, isolamento professionale ed esclusione dal mercato, e alimentando una mono-narrazione mediatica e sociale che tende a ridurre l’intera esistenza trans a specifici contesti di marginalità o al solo sex work, invisibilizzandone il valore nel tessuto economico e intellettuale del Paese.
Verso un nuovo paradigma: i tre assi dell’evento “Trans at Work”

È esattamente dalla consapevolezza di questo vuoto che come ACET abbiamo avvertito l’urgenza politica di riprendere quel fil rouge che ci lega storicamente all’attivismo trans milanese del passato, a quelle radici che vedono nella dignità, nell’autonomia materiale e nella cittadinanza attiva i presupposti per il futuro dell’intera comunità trans italiana. Il lavoro non può essere trattato come un tema del passato o una questione risolta dalle politiche di corporate responsibility: è una delle più grandi urgenze politiche del presente.
L’appuntamento del 9 giugno alla Casa dei Diritti nasce per superare la fase della pura denuncia e passare alla formulazione di proposte concrete e strutturali. La riflessione e l’azione politica del progetto si svilupperanno lungo tre assi d’intervento fondamentali, capaci di ridefinire il rapporto tra comunità trans, istituzioni e mondo del lavoro:
Il quadro normativo e l’analisi del dato reale
Qualsiasi azione politica efficace deve poggiare su un rigoroso principio di realtà. È prioritario tracciare una fotografia scientifica e nitida dello stato dell’arte legislativo, sia sul piano nazionale che su quello internazionale, incrociando il quadro normativo con i dati reali relativi alle discriminazioni occupazionali in Italia. La carenza di dati quantitativi strutturali ha spesso permesso di derubricare il problema a fenomeno marginale; produrre e analizzare questi dati è il prerequisito fondamentale per contestare l’efficacia delle norme attuali e per pretendere riforme legislative adeguate. Per cambiare le regole del gioco, è necessario anzitutto conoscerne e svelarne i limiti.
Questione di dignità: lo sradicamento dello stereotipo professionale
L’affermazione della dignità delle persone transgender passa attraverso la visibilizzazione delle loro traiettorie professionali reali. Questo asse si propone di accendere i riflettori su competenze, carriere, ostacoli ed esperienze vissute sul campo da lavoratrici e lavoratori trans in ogni settore produttivo. Si tratta di un’operazione culturale e politica urgente, finalizzata a scardinare una narrazione pubblica ancora profondamente stereotipata e unidimensionale. Riaffermare la presenza e il valore delle persone transgender all’interno del tessuto economico, intellettuale e sociale del Paese significa dimostrare che le competenze comunitarie esistono e non possono più essere subordinate al pregiudizio o relegate all’invisibilità.
Proposte legislative e politiche attive per il lavoro
L’orizzonte finale di questo percorso non può esaurirsi nella testimonianza o nella sensibilizzazione culturale. L’obiettivo politico è la formulazione e la presentazione di proposte strutturali, concrete e applicabili, rivolte alle istituzioni, ai legislatori e alle parti sociali. È necessario elaborare strumenti normativi mirati a favorire l’accesso paritario al mercato del lavoro, a garantire la permanenza e la tutela della salute e della dignità nei contesti professionali, a proteggere la crescita di carriera e a promuovere un’integrazione sociale organica. Le proposte devono tradursi in politiche attive vincolanti, tutele sindacali inserite nei contratti collettivi nazionali e tassi reali di occupazione.
Il lavoro trans è un’urgenza politica contemporanea che interroga la tenuta democratica e lo sviluppo produttivo del Paese. Riprendere in mano questa rivendicazione, nel solco dell’autocoscienza e della tradizione milanese, significa trasformare l’analisi in azione strutturale e le competenze in diritti inalienabili. Prendere parte a Trans at Work significa abitare la realtà e occupare insieme, con fermezza e intelligenza politica, lo spazio della nostra dignità.
Le soggettività politiche e le competenze del confronto

Monica Romano
Monica Romano è consigliera comunale a Milano, componente della Direzione Nazionale del Partito Democratico, Vicepresidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili e della Commissione Speciale contro i discorsi d’odio.
Laureata in Scienze Politiche con una tesi sulla discriminazione nel lavoro delle persone transgender, è impegnata per i diritti LGBTQIA+ dalla fine degli anni ’90.
Si occupa di diritti civili, lavoro e giustizia sociale.
È fondatrice di ACET – Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere – e continua a promuovere un approccio istituzionale, concreto e improntato al dialogo alle politiche per le persone trans, gender diverse e non binarie.

Luna Sabatino
Luna Sabatino è dirigente sindacale nazionale e responsabile pari opportunità e di genere UIL FP MIUR; componente della delegazione trattante UILFP per il rinnovo del CCNL Funzioni centrali, nel 2021 è stata promotrice dell’art. 21 sull’identità alias;
giurista, già avvocato, autrice di contributi giuridici in materia di pubblico impiego e di tutela delle persone t*; già vice presidente e presidente facente funzioni del Comitato unico di garanzia per le pari opportunità, la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni del Ministero dell’università e della ricerca di cui è tutt’ora componente titolare; componente Organismo paritetico per l’Innovazione Mur.

Tommaso Fiore
Tommaso Fiore è un giovane professionista in formazione nell’ambito delle risorse umane, attualmente impegnato in un master in Gestione e Amministrazione del Personale. Ha maturato un’esperienza nell’area Payroll, ambito verso il quale sta orientando il proprio percorso professionale, con particolare attenzione ai processi amministrativi e alla qualità delle relazioni organizzative.
Laureato in Filosofia sviluppa un approccio centrato sulla persona, sulla responsabilità e sulla dimensione etica delle dinamiche lavorative.
Considera la comunicazione chiara e responsabile un elemento essenziale del dialogo professionale e istituzionale, e adotta un metodo pragmatico, orientato all’azione.
È presidente di ACET – Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere, realtà impegnata nel promuovere strumenti concreti per migliorare la qualità di vita delle persone transgender e sostenerne i percorsi di autodeterminazione.
Il tema del lavoro rappresenta per lui un ambito di impegno prioritario, in cui si intrecciano esperienza personale, identità e attenzione verso la comunità transgender e non binaria.

Elisa Ruscio
Elisa Ruscio è Senior Data Engineer specializzata in soluzioni e architetture cloud Microsoft presso Avanade.
Laureata in Scienze Linguistiche per le Relazioni Internazionali, affianca all’attività professionale un forte impegno nel mondo dell’associazionismo e dei diritti trans*.
Vicepresidente di ACET – Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere, dopo aver partecipato alla vita associativa come socia, ricopre oggi un ruolo esecutivo nella promozione dei diritti delle persone trans, gender diverse e non binarie.
È volontaria di Milano Pride, dove contribuisce alla programmazione delle Pride Square, curando iniziative ed eventi di particolare interesse per la comunità trans. Fa inoltre parte del Coordinamento Arcobaleno, nell’ambito del quale ha partecipato alla stesura del Manifesto Politico del Milano Pride.
Si occupa di divulgazione sui temi legati alle identità trans e gender diverse, di impegno associativo e di costruzione del dialogo e della collaborazione tra le diverse realtà della comunità LGBTQIA+

Mattia Scuderi
Mattia Scuderi è studente triennale di Scienze Naturali all’Università Statale di Milano, attualmente lavoratore part-time come bibliotecario nella Biblioteca Universitaria di Scienze della Terra “A. Desio” e aspirante paleontologo.
Atleta e co-referente di BəTeam dal 2023, la prima squadra di calcio composta interamente da persone trans.
Essere persone trans a Cuba: tra bloqueo e resistenza
Cuba è quella realtà che tutt* crediamo un po’ di conoscere qui in Italia, ma poi, quando si scava affondo, nessun* la conosce per davvero. Disinformazione che si fonde a ideologie vaghe e qualche racconto sbiadito di quell’amic* che l’ha visitata qualche anno fa.
Per questo, quando mi sono unito alla due brigate di solidarietà con cui ho avuto l’opportunità di recarmi sull’isola, tra febbraio e marzo, per portare beni di prima necessità al popolo cubano schiacciato dal bloqueo (per noi occidentali il termine più soft “embargo”) statunitense, ho deciso di approfondire la mia conoscenza riguardo alla realtà trans locale. Sono atterrato sull’isola con poche idee, e confuse.




Ero deciso a trovare la risposta alla domanda «com’è vivere in questo Paese come persona trans?» e la ricerca della risposta a tale quesito mi ha condotto dritto alla fonte.
Tappa obbligatoria per chiunque voglia conoscere realmente le istituzioni cubane è il CENESEX, il Centro Nazionale per l’Educazione Sessuale. Non è un’istituzione di poco conto. Le attività principali per la sensibilizzazione contro la violenza sulle donne, l’educazione sesso-affettiva, le battaglie di emancipazione femminista e della comunità LGBTQIA+ passano da lì.
Questa istituzione è parte fondamentale del percorso di affermazione di genere e ha un forte peso sulla comunità e sulla politica cubana, come testimonia il suo fondamentale contributo nella stesura del Codice delle Famiglie del 2022.
Negli ultimi anni, però, sempre più realtà trans sono emerse, decentrando e ramificando la rete di attivismo e sostegno in tutta l’isola. Tra di esse c’è il Grupo Trans Masculinos de Cuba, rete nata tre anni fa che riunisce uomini e ragazzi trans e persone non binarie.
Questo gruppo si è formato dall’esigenza di avere uno spazio dedicato alle persone trans afab, che fino a poco tempo fa non se ne riconosceva l’esistenza negli ambienti queer. Il loro lavoro non è però separato dal resto della comunità trans, anzi, le collaborazioni con associazioni come Transcuba (dedicata alla rappresentanza delle donne e ragazze trans) vanno in parallelo con le loro attività.




Ho avuto la possibilità di intervistare tre ragazzi del coordinamento di GTMC – Flavio, Larian e Verde –partendo da quei miei dubbi iniziali. Conversando, abbiamo toccato tantissimi aspetti dell’esistenza trans: come si svolge il percorso tra transizione sociale e medica a Cuba, com’è la situazione per gli atleti trans nel mondo dello sport, il peso del retaggio machista nelle loro vite… E tra battute sui traumi lasciati dalla celebrazione della quinceañera (la festa per le ragazze di 15 anni) e la nuova moda importata dal Nord America del Gender Reveal Party, la tematica riguardante le difficoltà legate al bloqueo statunitense e alle crisi interne si è continuata a ripresentare durante tutta l’intervista.
Come in ogni Paese del mondo, quando una problematica, una crisi, una difficoltà colpisce un’intera società, le minoranze vengono colpite due volte: prima in quanto membri di quella società e successivamente come membri di gruppi considerati subalterni. Mancanza di farmaci dagli scaffali delle farmacie, trasporti pubblici e privati paralizzati, case e ospedali senza elettricità si vanno a sommare alla mancanza di formazione medica per quanto riguarda i pazienti trans, discriminazione e ignoranza in ambiente familiare e lavorativo. La realtà delle persone trans in Italia e a Cuba ha tanti punti in contatto quante sono le differenze. Come sempre, dalle esperienze internazionali, non solo si impara qualcosa sulle comunità che si va a conoscere, ma si inizia un processo di riflessione riguardo al luogo da dove si proviene.
Questa intervista apre una porta su una terra lontana, attraverso la lente delle vite trans, mostrandoci i suoi lati positivi e negativi, nella complessità del reale, e lasciandoci con un po’ di sapere in più e qualche nuovo interrogativo a noi che siamo qui.
Articolo di Stefano De Finis
“Baby trans senza limiti”: linguaggio, propaganda anti-gender e costruzione dell’allarme nel racconto di Panorama

Un’analisi critica e un fact checking della copertina “Baby trans senza limiti” e del servizio di Panorama: linguaggio, propaganda anti-gender, uso dei modelli esteri e vuoto di dati nel contesto italiano.
Nel numero del 14 gennaio 2026 Panorama sceglie di dedicare la copertina e un servizio interno al tema delle persone transgender minorenni. Il titolo, «Baby trans senza limiti», orienta immediatamente lo sguardo del lettore. L’uso del termine “baby” introduce una dimensione infantilizzante, mentre l’espressione “senza limiti” evoca l’idea di una deriva, di un fenomeno privo di argini, di controlli e di responsabilità. La costruzione semantica è sufficiente a suggerire che qualcosa di pericoloso stia accadendo e che l’intervento normativo o repressivo rappresenti una risposta necessaria.
All’interno del servizio, intitolato «Adolescenza interrotta», questa cornice viene progressivamente riempita attraverso un linguaggio che insiste sull’irreversibilità e sul danno. Espressioni come «percorso senza ritorno», «decisione irreversibile» e soprattutto «la pubertà non si accende e spegne come un abat-jour. Imboccata quella strada, non si torna più indietro» vengono presentate come constatazioni, non come posizioni all’interno di un dibattito scientifico complesso. Il lettore viene così accompagnato verso una rappresentazione binaria dell’esperienza transgender: un prima e un dopo, un errore originario e un pentimento finale, una scelta che segnerebbe definitivamente il corpo e la vita.
Questa narrazione trova una sintesi particolarmente efficace nella frase secondo cui «sono sempre più gli adolescenti o ex i quali, dopo l’intervento chirurgico e il cambio di sesso, si pentono perché non possono tornare indietro». L’affermazione contiene tre elementi che meritano attenzione: l’idea di una crescita numerica non supportata da dati esplicitati, l’assunzione del pentimento come esito frequente e la certezza dell’impossibilità di tornare indietro. Nel testo, tuttavia, non vengono indicati studi, report o serie statistiche riferite al contesto italiano che consentano di valutare la fondatezza di quel “sempre più”. La formula funziona come leva emotiva e come argomento politico, ma resta priva di una base verificabile per il lettore.
Accanto all’irreversibilità, il servizio introduce ripetutamente il tema della salute mentale e della cosiddetta comorbilità. Si legge che «la disforia nei minorenni si presenta frequentemente in concomitanza con altre forme di sofferenza (anoressia, autismo, psicosi)» e che «presentarsi come disforici può essere un modo di dare nome a un malessere altrimenti ineffabile». In questo passaggio, l’identità transgender viene ricondotta a sintomo, a espressione indiretta di un disagio che troverebbe altrove la sua origine. La complessità dell’esperienza soggettiva e clinica viene compressa in una spiegazione riduzionista che produce un effetto preciso: delegittimare la capacità di autodeterminazione delle persone transgender, in particolare se minorenni, e presentarle come soggetti strutturalmente instabili.
Il quadro viene ulteriormente rafforzato attraverso l’uso insistito di modelli e casi esteri. Regno Unito, Stati Uniti e diversi Paesi europei vengono evocati come esempi di una presunta inversione di rotta, con particolare riferimento alla chiusura della clinica Tavistock. Questo accumulo di riferimenti costruisce l’idea di un consenso internazionale che starebbe emergendo contro i percorsi di affermazione di genere per i minori. Le differenze tra sistemi sanitari, protocolli clinici e assetti giuridici non vengono chiarite, lasciando intendere una continuità che nel contesto italiano non viene dimostrata.
Nel servizio, l’Italia appare così come uno spazio privo di regole, descritto come una sorta di “terra di nessuno” normativa. In realtà, proprio l’assenza di dati pubblici consolidati ha portato all’istituzione di un tavolo tecnico e alla discussione di un disegno di legge che interviene in chiave preventiva più che regolamentare. Nel momento in cui il Parlamento è chiamato a votare, manca ancora un report pubblico che restituisca lo stato dell’arte effettivo nel nostro Paese, rendendo il dibattito particolarmente esposto a narrazioni allarmistiche e a modelli importati dall’estero.
Un altro elemento ricorrente è l’associazione tra identità transgender e radicalizzazione. Il servizio parla di «radicalizzazione di alcuni gruppi per i diritti dei trans», accostandola ad azioni violente o intimidatorie senza una ricostruzione puntuale dei contesti e delle responsabilità. Questo accostamento contribuisce a delegittimare l’attivismo e a presentare le rivendicazioni di diritti come espressione di estremismo piuttosto che come parte di un confronto democratico.
Questo impianto narrativo non rappresenta una novità per Panorama. Nel 2021, la testata aveva già dedicato una copertina ai «pentiti del cambio di sesso», costruendo un racconto centrato sull’irreversibilità, sull’errore e sul rimpianto. Allora come oggi, il riferimento a Tavistock, l’uso di casi esteri e la rappresentazione della transizione come violazione della “natura” componevano lo stesso frame. La ripetizione di questo schema indica la presenza di un modello comunicativo stabile, che utilizza il tema dei minori per produrre allarme e rendere plausibili politiche restrittive.
In un contesto politico nel quale le istituzioni italiane discutono di leggi in assenza di dati pubblici completi, la responsabilità dell’informazione assume un peso decisivo. Il linguaggio, le immagini e le cornici narrative non sono dettagli stilistici: producono effetti reali sul dibattito pubblico e sulla vita delle persone. Informare su temi complessi richiede rigore, contestualizzazione e attenzione, soprattutto quando si parla di soggetti vulnerabili.
Diritti delle persone trans in Europa: il 2025 segna una preoccupante regressione. L’Italia agli ultimi posti.
Per la prima volta in 13 anni, l’Indice e Mappa dei Diritti Trans pubblicato da TGEU
(Transgender Europe and Central Asia) registra un’inversione di rotta: nel 2025 sono stati
sottratti più diritti alla comunità transgender di quanti ne siano stati acquisiti. Un
campanello d’allarme, non solo per le persone trans, ma per la salute della democrazia in
Europa, come sottolineato da Richard Köhler, Senior Policy Officer presso TGEU:
«L’Europa si trova a un bivio molto più cupo. Non si tratta solo di diritti transgender: è una
prova fondamentale di autodeterminazione per le società democratiche. Il modo in cui
rispondiamo ora agli attacchi contro la società civile definisce non solo il futuro delle
comunità vulnerabili, ma l’anima stessa dell’Europa e la sua posizione a livello globale.»
Trans Rights Index & Map
Il report, pubblicato ogni anno dall’organizzazione, analizza la situazione giuridica di 54
Paesi tra Europa e Asia Centrale. Vengono utilizzati 32 indicatori suddivisi in 6 aree
giuridiche, che definiscono i requisiti specifici per ciascun paese rispetto al riconoscimento
legale del genere, alle tutele esistenti per le persone trans in materia di asilo, crimini e
discorsi d’odio, discriminazione, salute e famiglia. Ogni Paese ottiene un punto per ogni
criterio soddisfatto secondo gli indicatori.
L’Italia quest’anno registra 7,5 criteri soddisfatti su 32, collocandosi tra Bulgaria (6 su 32) e
Ucraina (8 su 32), ben al di sotto della Polonia (10,5 su 32) e con un ampio distacco
negativo rispetto agli altri Paesi mediterranei come Spagna (24,5), Portogallo (20) e Grecia
(21). Tra gli altri Stati, spiccano Islanda (30 su 32) e Malta (28 su 32), gli unici due Paesi in
Europa e Asia Centrale ad aver effettivamente depatologizzato l’identità di genere e
riconosciuto la genitorialità delle persone non binarie.
Le criticità italiane: assenza di leggi e mancanza di tutele
Analizziamo nel dettaglio la situazione italiana, esaminando ciascuna delle 6 aree giuridiche.
- Affermazione legale di genere (6 indicatori su 14 soddisfatti):
In Italia esiste un quadro legale che consente alle persone trans di ottenere il riconoscimento
ufficiale della propria identità di genere, ovvero la possibilità di modificare nome e genere
sui documenti. Questo processo è chiamato “affermazione legale di genere” (ALG) e ha
ricevuto attenzione anche da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha
sottolineato l’importanza di garantire procedure rispettose della dignità e dei diritti umani.
Sono presenti alcune tutele importanti:
- La legge prevede una procedura di riconoscimento del genere.
- Esiste un percorso amministrativo o giudiziario che consente di cambiare nome e genere.
- Non è richiesto alcun intervento chirurgico o sterilizzazione per ottenere il riconoscimento
legale del genere.
Tuttavia, le mancanze presenti sono molto gravi: - Il riconoscimento legale non si basa esclusivamente sull’autodeterminazione della
persona: è ancora necessario l’intervento di giudici o esperti. - È richiesta una diagnosi o una valutazione psicologica.
- Anche se non sono necessari interventi chirurgici, sono comunque richiesti altri passaggi
medici. - In caso di matrimonio, è obbligatorio il divorzio prima di poter ottenere la modifica legale
del genere. - Non esistono procedure chiare per il riconoscimento del genere per i minorenni.
- Non esiste alcun riconoscimento delle identità non binarie.
- Asilo (1,5 indicatori su 3 soddisfatti):
L’identità di genere è riconosciuta dalla legge italiana come uno dei motivi validi per
richiedere asilo. Tuttavia, non esistono politiche o piani specifici a livello nazionale che
prevedano misure di protezione dedicate alle persone trans richiedenti asilo. In alcune
regioni italiane è possibile per le persone rifugiate accedere alla procedura di affermazione
legale di genere, ma le informazioni in merito sono spesso poco chiare o difficilmente
accessibili, motivo per cui l’Italia ottiene solo mezzo punto su questo indicatore. - Discorso e crimini d’odio (0 su 3 indicatori soddisfatti):
Non esiste in Italia una legge che riconosca esplicitamente i crimini e i discorsi d’odio
motivati dall’identità di genere come aggravanti. Inoltre, non sono presenti strategie
nazionali specifiche per prevenire o contrastare l’odio nei confronti delle persone trans, né
programmi strutturati per formare le forze dell’ordine o i magistrati su questi temi. - Non discriminazione (0 su 8 indicatori soddisfatti):
L’Italia non dispone di una legislazione che vieti esplicitamente la discriminazione basata
sull’identità di genere nei principali ambiti della vita quotidiana: lavoro, sanità, istruzione,
beni e servizi, alloggio. Anche le istituzioni preposte alla tutela delle pari opportunità non
hanno un mandato chiaro per occuparsi delle persone trans. Mancano inoltre piani d’azione
nazionali specifici e non esiste una legge che riconosca l’espressione di genere come
ambito tutelato contro la discriminazione. - Salute (0 su 2 indicatori soddisfatti):
Nel sistema sanitario italiano mancano ancora tutele specifiche per le persone trans.
Nonostante alcuni progressi internazionali in termini di depatologizzazione, l’Italia non ha
ancora adottato misure chiare in tal senso. Inoltre, non esiste una legge o una politica che
vieti esplicitamente le cosiddette “pratiche di conversione” rivolte alle persone trans, pratiche
considerate dannose e fortemente criticate a livello internazionale. - Famiglia (0 su 2 indicatori soddisfatti):
Infine, anche in ambito familiare, l’Italia presenta gravi lacune. Non esistono norme che garantiscano il riconoscimento della genitorialità delle persone trans in modo coerente con la loro identità di genere. Ad esempio, una persona trans potrebbe trovarsi identificata con un genere non corrispondente alla propria identità nei documenti relativi ai figli. Inoltre, non vi è alcun riconoscimento legale per le persone non binarie nel ruolo di genitore.
Cosa è necessario fare: raccomandazioni a livello europeo
TGEU invita le istituzioni europee e i governi nazionali ad assumere un ruolo più deciso nel
garantire la protezione e il riconoscimento delle persone trans in tutti gli ambiti della vita
civile e sociale. Le richieste principali includono:
1) Rafforzare l’impegno dell’UE nell’attuazione e nel monitoraggio dei diritti delle persone
trans, sostenendo e responsabilizzando gli Stati membri.
2) Integrare l’identità ed espressione di genere in tutte le politiche UE per la parità e nella
normativa antidiscriminatoria.
3) Promuovere i diritti LGBT+ a livello globale, specialmente nei paesi candidati all’adesione,
inserendo parametri sui diritti umani nella politica estera.
4) Sostenere il sistema ONU e rinnovare il mandato dell’Esperto Indipendente su SOGI
come garanzia per i diritti delle persone trans nel mondo.
5) Unire i movimenti sociali e rafforzare la solidarietà tra comunità per resistere
all’arretramento politico e difendere i meccanismi democratici conquistati.
Un impegno necessario per il futuro
In un periodo storico segnato da numerose crisi – geopolitiche, democratiche, economiche,
sanitarie e ambientali – tutelare i diritti delle persone trans non è solo una questione di
giustizia sociale, ma anche un indicatore della capacità di una società di proteggere le sue
minoranze e garantire pari dignità a tutti i suoi membri.
È necessario che l’Italia colmi le gravi lacune normative ancora presenti, adottando leggi
che rispettino pienamente l’autodeterminazione e la dignità delle persone trans. Garantire
i diritti umani a tuttə significa rafforzare la nostra democrazia.
Articolo di Stefano De Finis
Perché l’identità di genere serve nel disegno di legge Zan
Sembra che i motivi per i quali una larga parte della comunità trans* insiste su questa formulazione siano filosofici, o “capricciosi”; in realtà le motivazioni sono sia tecnico-giuridiche, sia di ordine pratico.
Sul piano giuridico, non è affatto vero che l’espressione “identità di genere” sia sconosciuta al nostro sistema; il diritto non è fatto solo di norme ma anche di giurisprudenza e di dottrina.
La giurisprudenza, nelle sue alte espressioni della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale, da anni utilizzano questa formulazione.
A solo titolo di esempio, nella sentenza 15138/2015, la Corte di Cassazione, nello stabilire che non sono necessari interventi chirurgici per la rettifica anagrafica, fece riferimento all’identità di genere, anzi al “diritto all’identità di genere inteso come interesse della persona a vedere rispettato nei rapporti esterni ciò che il soggetto è e fa”.
Nella Sentenza della Corte Costituzionale 180/2015, l’espressione “identità di genere” ricorre 20 (venti) volte, e spesso nel contesto del “diritto fondamentale alla propria identità di genere”.
Se la Corte Costituzionale considera l’identità di genere un diritto fondamentale, sostenere che si tratti di una formulazione impalpabile, ambigua e non riconosciuta, o rappresenta ignoranza, oppure strumentalizzazione.
Che cosa sia l’identità di genere non è affatto un mistero: si tratta del senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza o non appartenenza alle categorie sociali e culturali di uomo e donna, ovvero ciò che permette a un individuo di dire: “Io sono un uomo, io sono una donna, io non sono né un uomo né una donna”, indipendentemente dal sesso anatomico di nascita.
Molto concretamente, è ciò che permette a me di affermare che sono una donna.
Un altro motivo sul piano giuridico riguarda proprio la ratio della norma, che così come fu per la cd Legge Mancino, intende colpire motivazioni e non proteggere condizioni.
Sostituire “identità di genere” con “transessualità”, quindi, farebbe perdere alla norma anche un senso logico elementare, perché se uno dei motivi può essere l’orientamento sessuale, e non l’omosessualità, o la bisessualità, o la pansessualità o qualsiasi altra condizione riferita all’orientamento sessuale, allo stesso modo non può essere la transessualità ma l’identità di genere.
Orientamento sessuale e identità di genere sono dimensioni, omosessualità e transessualità sono condizioni di quelle dimensioni.
Che senso avrebbe una norma che colpisse comportamenti fondati sulla transessualità? Ma anche senza essere fini giuristi, proprio nella lingua italiana?
E’ importante, piuttosto, mantenere salda l’ispirazione della norma: non è importante che il soggetto colpito sia nero, o di un’altra religione, o gay, o transgender: è importante che i motivi che ispirano il comportamento sanzionabile siano riferiti all’etnia, alla religione, all’orientamento sessuale o all’identità di genere.
Se un ragazzo eterosessuale viene malmenato perché individuato come gay, e dal contesto concreto questo emerge, questo basta a far rientrare il comportamento nella fattispecie: non è importante che il ragazzo sia effettivamente gay.
Inoltre, ci sono motivazioni anche sotto il profilo più ampio rappresentato dalle lotte che la comunità transgender ha condotto nell’ultima quindicina d’anni per la depsichiatrizzazione, così come accadde oltre trent’anni fa per l’omosessualità: non c’è alcun bisogno di etichette legali riferite a condizioni che, a partire dal 1° gennaio 2022, saranno derubricate tra le condizioni legate alla salute della persona e non più patologizzate.
Non vediamo motivi per usare “transessualità”, termine di origine psichiatrica, proprio all’alba di un nuovo giorno in cui la condizione viene depsichiatrizzata.
Sul piano pratico, poi, ci sono ottimi motivi per continuare a sostenere la necessità di questa formulazione ed escludere categorizzazioni che richiedono qualche “bollino” esterno: le persone che più di tutte, all’interno della comunità trans*, dovrebbero trovare protezione sono quelle fuori dai percorsi canonici medicalizzati, che si propongono in base ad una rappresentazione di sé estranea ai canoni binari e che, proprio per questo, vengono più duramente emarginate ed esposte ad atti di violenza.
Continuiamo a chiedere fermamente che la formulazione “identità di genere” resti nel testo del disegno di Legge Zan, proprio per quella parte della nostra comunità che è meno protetta e più vulnerabile.
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Comunicazioni
Perché sono state presentate segnalazioni su Panorama all’Ordine dei Giornalisti, ad AGCOM e allo IAP
Dopo la pubblicazione della copertina “Baby trans senza limiti” e del servizio “Adolescenza interrotta”, ACET ha presentato segnalazioni all’Ordine dei Giornalisti, all’AGCOM e all’IAP. Qui ne spieghiamo le ragioni.
A seguito della pubblicazione della copertina «Baby trans senza limiti» e del servizio interno «Adolescenza interrotta», l’Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere (ACET) ha deciso di attivare alcuni strumenti istituzionali previsti dall’ordinamento italiano. La scelta di presentare un esposto all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia e segnalazioni all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) e all’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria (IAP) nasce da una valutazione approfondita sulla qualità dell’informazione e sugli effetti prodotti dal racconto mediatico.
Come illustrato nell’analisi pubblicata sul sito dell’associazione, il nodo centrale riguarda il modo in cui temi complessi e sensibili vengono costruiti sul piano linguistico e narrativo. Titoli, immagini, accostamenti e cornici interpretative incidono direttamente sulla percezione pubblica delle persone transgender e, in particolare, dei minori. In questo senso, l’iniziativa intrapresa si colloca all’interno di una riflessione più ampia sulla responsabilità dell’informazione quando affronta soggetti vulnerabili e questioni di rilevanza sanitaria e sociale.
L’esposto presentato all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia chiede una valutazione sul rispetto delle norme deontologiche che regolano l’esercizio della professione giornalistica. L’Ordine è chiamato a pronunciarsi su aspetti quali la correttezza dell’informazione, il rispetto della dignità delle persone e il divieto di discriminazione. L’attivazione di questo strumento mira a sollecitare un esame puntuale e motivato di un caso che presenta profili di criticità sul piano professionale.
Parallelamente, è stata trasmessa una segnalazione ad AGCOM, Autorità indipendente con competenze in materia di tutela del pubblico, dei minori e della qualità dell’informazione. In questo ambito, l’attenzione è rivolta all’impatto complessivo dei contenuti diffusi e alla loro idoneità a generare disinformazione o allarme sociale. La segnalazione richiama le funzioni di vigilanza dell’Autorità rispetto a un discorso mediatico che incide su un tema al centro del dibattito politico e istituzionale.
La segnalazione allo IAP riguarda specificamente la copertina del settimanale. La copertina svolge una funzione comunicativa autonoma, anticipa il contenuto editoriale e ne orienta la lettura. Titolo, immagini e impaginazione concorrono a veicolare un messaggio che può risultare fuorviante o lesivo della dignità delle persone rappresentate. Per questo motivo, una valutazione nell’ambito dell’autodisciplina pubblicitaria appare pertinente rispetto ai profili di comunicazione visiva e promozionale.
Le azioni intraprese si collocano in ambiti distinti e complementari. Ciascun organismo coinvolto esercita competenze specifiche e autonome. L’obiettivo condiviso è richiamare l’attenzione sulla responsabilità che accompagna la produzione di informazione quando essa contribuisce a costruire rappresentazioni sociali con effetti concreti.
La decisione di rendere pubblica questa iniziativa risponde a un’esigenza di trasparenza. L’utilizzo di strumenti istituzionali rappresenta una possibilità legittima per associazioni e soggetti collettivi che intendono intervenire sul piano della qualità dell’informazione. Rendere visibile questo percorso significa anche affermare l’importanza di un confronto pubblico che si svolga all’interno di regole condivise e di sedi competenti.
L’azione intrapresa si inserisce in un lavoro più ampio che riguarda il dibattito pubblico sulle persone transgender, il ruolo dei media nella costruzione dell’immaginario collettivo e la responsabilità di chi produce informazione in una fase politica particolarmente delicata. In questo contesto, il ricorso agli strumenti previsti dall’ordinamento costituisce una parte integrante di un impegno volto a promuovere un’informazione più rigorosa, contestualizzata e rispettosa.
Ogni anno, il 20 novembre, il mondo ricorda le persone trans uccise dalla violenza transfobica.
A Milano, questo momento di memoria collettiva prende forma nella Trans Lives Matter March, che quest’anno si terrà sabato 23 novembre 2025, con partenza da Piazza Oberdan alle 16:00.
Nata nel 2022 da un’idea di Monica J. Romano e Antonia Monopoli, oggi è uno degli appuntamenti più importanti in Italia per i diritti e la dignità delle persone trans.
Non è una ricorrenza, né una semplice commemorazione.
È un gesto politico e civile, un atto di difesa pubblica del diritto a esistere.
Quest’anno marceremo anche per il popolo palestinese, vittima di una tragedia umanitaria che non può lasciarci indifferenti.
Una crisi dello Stato di diritto
Il 2024 ha segnato il numero più alto di morti per transfobia degli ultimi quindici anni.
Ma la violenza non riguarda solo i corpi: attraversa le leggi, la stampa, il linguaggio.
In tutto l’Occidente, governi democratici stanno progressivamente erodendo i principi fondamentali dello Stato di diritto,
e nel farlo hanno trovato un nuovo capro espiatorio: le persone trans.
La propaganda costruisce “emergenze”, il potere le traduce in norme.
Così la transfobia diventa un linguaggio politico, una strategia di governo,
un modo per spostare il consenso e normalizzare la paura.
La memoria come resistenza
Marciare significa ricordare chi non c’è più, ma anche chi è costrettə ogni giorno a sopravvivere in silenzio.
Significa rifiutare che la morte delle persone trans diventi un dato statistico o una notizia di cronaca nera.
Le candele della memoria, distribuite prima della partenza, sono il simbolo di questa luce collettiva:
una luce che non appartiene solo a chi la accende,
ma a chi la guarda e sceglie di non restare in silenzio.
Una piazza per tuttə
La Trans Lives Matter March è accessibile e aperta a chiunque.
Abbiamo scelto un percorso privo di barriere architettoniche,
e chiediamo a ogni realtà di portare con sé una sola bandiera,
perché questa piazza appartiene a tuttə.
📍 23 novembre 2025 — Milano, Piazza Oberdan, ore 17:30
Scendere in piazza significa scegliere da che parte stare.
E nessuno dovrebbe farlo da solə.

Oggi, 16 dicembre, la cantante Arisa ha ripubblicato sul suo profilo Instagram, con tanto di applausi allegati, un post di Repubblica che riportava il discorso fatto presso il Convegno di Atreju dalla Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia Eugenia Roccella.
Nel discorso Roccella sostiene che le donne siano oppresse in quanto aventi un corpo di donna e che «Le filosofie gender, la negazione che si possa usare la parola ‘donna’, lo schwa sono nuove forme di patriarcato e sono un rischio alla libertà delle donne di essere se stesse».
Domani 17 dicembre Arisa sarà ospite e canterà all’evento organizzato a Milano da Orgoglio Porta Venezia. Al momento nel quale scriviamo, ovvero 13 ore dopo quanto accaduto, non sono state rilasciate comunicazioni riguardo all’evento che segnalino la revoca della presenza di Arisa.

Questo è inaccettabile.
È inaccettabile la mancata presa di posizione da parte degli organizzatori dell’evento, che vedrà come ospite un’artista che ha dichiaratamente mostrato la condivisione di tesi transfobiche prima dell’evento.
Orgoglio Porta Venezia è un progetto che ha le sue radici e il suo raggio d’azione all’interno del quartiere Porta Venezia, che è il Rainbow District di Milano.
Non è accettabile per un progetto che è situato nel Rainbow District sviluppare un evento che ha come main guest una persona che sostiene e condivide tesi transfobiche.
Non è accettabile fare un evento rainbow nel quale ci si rende partecipi della svalutazione dell’esistenza stessa delle identità trans.
Non è accettabile mettere un coro LGBT+, come il Checcoro, nella posizione di dover prendere una posizione perché chi organizza l’evento non ha l’onestà intellettuale di farlo.
Come associazione chiediamo al Progetto Orgoglio Porta Venezia, a tutti i rappresentanti degli esercizi commerciali che fanno parte dell’Associazione Commercianti Porta Venezia e tutte le realtà che hanno aderito o partecipano all’evento di prendere una posizione netta in favore della comunità transgenere, che si traduca, anche, nell’azione pratica, che, sottolineiamo, è anche politica, di annullare l’invito fatto nei confronti della cantante Arisa, per i motivi sopra elencati.
Se questa richiesta dovesse non essere accolta, ci dissociamo in toto dal Progetto Orgoglio Porta Venezia.
Perché le vite e le istanze delle persone transgender, non binarie e di genere non conforme non sono, in alcun modo, né saranno mai, qualcosa su cui negoziare.
ACET – Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere
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Ogni evento è pensato per creare spazi sicuri, inclusivi e autentici, dove condividere esperienze, crescere insieme e costruire relazioni.
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